Obama perde la tripla A

La firma che Barack Obama ha messo in calce alla legge sull’innalzamento del tetto del debito non è un happy ending. “E’ il primo passo – ha detto ieri il presidente – poi le parti dovranno lavorare a un accordo più ampio, non si può ridurre il debito soltanto con i tagli: sono necessarie riforme fiscali affinché i più ricchi e le grandi corporation paghino la loro parte”. Traduzione: abbiamo raggiunto un compromesso politico doloroso e necessario sul debito, ma non dimentichiamoci che l’obiettivo di fondo è quello di risollevare l’economia.
21 AGO 20
Immagine di Obama perde la tripla A
Il ragionamento di Obama è impeccabile in linea di principio, ma se inserito nel contesto conduce alle soglie di un circolo vizioso in cui il presidente invoca quei dettati di politica economica che gli hanno dato i dispiaceri peggiori. Ieri il dipartimento del Commercio ha annunciato che i consumi sono diminuiti per la prima volta dal settembre 2009; la primavera dell’economia è stata segnata da una crescita decisamente inferiore alle aspettative e il tasso di disoccupazione – un inquietante 9,2 per cento – è in aumento.
Gli indici di Wall Street ieri hanno rispecchiato il paesaggio negativo, ma il problema del presidente dall’inizio del suo insediamento è imboccare la strada che porta alla crescita dell’economia. Non ha scelto del tutto la via della spesa – suscitando le ire definitive di Paul Krugman e dei circoli liberal – e fino alla crisi politica del default non si è arrischiato a proporre una ricetta basata sui tagli. Infine, sulla testa dell’economia americana incombono le agenzie di rating: dopo la firma dell’accordo, Fitch ha detto che il rischio di un downgrade del debito è “estremamente basso” e nei prossimi giorni si vedrà se le minacce lanciate da Standard & Poor’s e Moody’s nelle ultime settimane precipiteranno in decisioni effettive; chi perde la tripla A è la politica economica di Obama, soffocata da dichiarazioni di principio e slogan (“approccio equilibrato”, “sacrifici condivisi”) che si ripetono uguali a loro stessi nonostante i dati suggeriscano un cambio di rotta.